8 ore al Pronto Soccorso a Roma: come l’IA sta rivoluzionando il triage nel resto del mondo

8 ore al Pronto Soccorso a Roma: come l’IA sta rivoluzionando il triage nel resto del mondo

Sei mai stato otto ore seduto su una sedia di plastica in un corridoio di un pronto soccorso romano? Con quella luce al neon che ti entra nel cervello, il distributore automatico del caffè rotto, e quel numero sul foglietto che non arriva mai? Se la risposta è sì, benvenuto nel club. Se la risposta è no, probabilmente non vivi a Roma.

Perché qui da noi la situazione è questa: il pronto soccorso è diventato una sala d’attesa infinita. E mentre noi aspettiamo con il braccio gonfio o la febbre a 39, nel resto del mondo stanno già usando l’intelligenza artificiale per far funzionare le cose. Ma andiamo con ordine.

I numeri che fanno male (più della malattia)

Non sto parlando per sentito dire. I dati sono lì, nero su bianco, e fanno impressione.

Al Policlinico Tor Vergata, un paziente su quattro aspetta più di otto ore prima di essere visitato. Otto ore. Pensa a cosa puoi fare in otto ore: un volo Roma-New York, guardare l’intera trilogia de Il Signore degli Anelli (versione estesa), oppure — a quanto pare — sederti in un pronto soccorso romano sperando che qualcuno si accorga di te.

E poi ci sono quelli che si arrendono e se ne vanno. Al San Giovanni Addolorata il tasso di abbandono è del 9,3%. Al San Camillo Forlanini siamo al 9,2%. Quasi una persona su dieci entra in un pronto soccorso, aspetta, aspetta, e poi dice “vabbè, me ne vado a casa”. Gente che aveva un problema abbastanza serio da andare al pronto soccorso, che decide che aspettare non vale la pena. Questo dovrebbe farci rabbrividire.

Perché siamo in codice rosso

La sanità romana è, senza giri di parole, in codice rosso. E il problema non è che i medici e gli infermieri non lavorano — lavorano anche troppo. Il problema è che non ce ne sono abbastanza.

Anni di blocco del turnover hanno svuotato gli ospedali. Quando un medico va in pensione, non viene sostituito. I vincoli di bilancio hanno tagliato tutto il tagliabile. Il personale rimasto è stremato, demotivato, e spesso costretto a fare il lavoro di tre persone. Il risultato? Code infinite, reparti al collasso, e pazienti che aspettano un’eternità.

La Regione Lazio ha approvato un nuovo piano di rete ospedaliera per il triennio 2026-2028, e sulla carta sembra promettente. Ma i piani sulla carta li abbiamo visti tante volte. Quello che serve è un cambio di mentalità, e qualche strumento nuovo.

Ed è qui che entra in gioco l’intelligenza artificiale.

L’IA al triage: non fantascienza, ma realtà

Quando parlo di IA applicata al pronto soccorso, la gente pensa subito al robot che ti visita. Niente di tutto questo. L’IA non sostituisce il medico. L’IA aiuta il medico a lavorare meglio, soprattutto quando le risorse sono poche. E in Italia, le risorse sono sempre poche.

Triage intelligente

Il triage è quel momento in cui arrivi al pronto soccorso e un infermiere decide quanto sei grave. Codice bianco, verde, giallo, rosso. Il problema è che l’infermiere ha tre minuti per paziente, è al dodicesimo ora di turno, e deve decidere basandosi su quello che gli dici e su quello che vede. A volte funziona. A volte no.

I sistemi di triage basati sull’IA analizzano sintomi, parametri vitali e storia clinica del paziente — tutto insieme, in tempo reale. Non si stancano, non si distraggono, e soprattutto possono incrociare migliaia di casi simili per capire chi ha davvero bisogno di essere visto subito. Non sostituiscono l’infermiere: gli danno uno strumento in più per prendere decisioni migliori.

Prevedere il caos prima che arrivi

Sai cosa succede il lunedì dopo un weekend di Ferragosto? O quando arriva un’ondata di influenza? O dopo un grande evento allo Stadio Olimpico? Il pronto soccorso esplode. E ogni volta sembra che nessuno se lo aspettasse.

L’IA può prevedere i picchi di affluenza incrociando dati meteo, eventi in città, stagionalità dell’influenza e andamento storico degli accessi. Tradotto: l’ospedale sa in anticipo che domani arriveranno il 30% di pazienti in più e può organizzarsi. Più personale, più posti letto, più risorse. Invece di reagire all’emergenza, la previeni.

Diagnosi più veloce

Un radiologo umano impiega in media 15-20 minuti per leggere una TAC complessa. Un sistema di IA può fare una prima analisi in pochi secondi, segnalando le anomalie al medico che poi conferma o smentisce. Non parliamo di sostituire il radiologo — parliamo di dargli un assistente instancabile che gli dice “guarda qui, questo sembra sospetto”.

Lo stesso vale per le radiografie. Fratture che sfuggono all’occhio stanco di un medico a fine turno? L’IA le individua. Polmoniti in fase iniziale? L’IA le segnala. Il medico decide sempre, ma decide con più informazioni e in meno tempo.

Ottimizzazione del personale

Con il personale che manca, ogni turno va gestito al millimetro. L’IA può analizzare gli schemi storici degli accessi e prevedere quanti medici e infermieri servono per ogni fascia oraria. Risultato: meno turni massacranti quando non servono, più personale quando serve davvero. Non è magia, è matematica applicata.

Chi lo sta già facendo (e funziona)

Non sto parlando di teorie o progetti futuristici. Questa roba esiste già, e funziona.

Al Johns Hopkins Hospital negli Stati Uniti hanno implementato un sistema di IA che prevede il deterioramento dei pazienti nelle ore successive all’arrivo. Tradotto: il sistema dice “questo paziente sembra stabile adesso, ma tra quattro ore potrebbe peggiorare”. I medici possono intervenire prima, non dopo.

Il National Health Service nel Regno Unito sta sperimentando sistemi di triage automatizzato in diversi ospedali. Il paziente risponde a una serie di domande guidate dall’IA, che raccoglie i dati e li presenta all’infermiere già organizzati per priorità. L’infermiere risparmia tempo, il paziente aspetta meno.

In Israele, diversi ospedali stanno usando l’IA per la lettura delle immagini diagnostiche nei pronto soccorso, riducendo drasticamente i tempi di refertazione. Un paziente arriva con un sospetto ictus? In pochi minuti l’IA ha già analizzato la TAC e il neurologo sa cosa fare.

Questi non sono esperimenti di laboratorio. Sono ospedali veri, con pazienti veri, che stanno ottenendo risultati concreti. E noi? Noi aspettiamo otto ore a Tor Vergata.

Roma potrebbe farcela?

Qui viene la domanda da un milione di euro (che poi è più o meno quello che costerebbe implementare un sistema pilota in un grande ospedale romano). Roma potrebbe farcela?

La risposta onesta è: sì, tecnicamente. No, politicamente — almeno non subito.

La tecnologia c’è. I costi sono accessibili, soprattutto se paragonati a quello che la Regione Lazio spende ogni anno per gestire il caos dei pronto soccorso. I modelli funzionano, i dati li abbiamo. Quello che manca è la volontà politica, la capacità di innovare in un sistema che fatica a comprare i cerotti.

Eppure, il nuovo piano di rete ospedaliera 2026-2028 potrebbe essere l’occasione giusta. Se la Regione avesse il coraggio di inserire l’IA nella strategia — non come slogan, ma come strumento concreto — potremmo vedere i primi risultati nel giro di un paio d’anni. Un progetto pilota in due o tre ospedali, con triage assistito dall’IA e previsione degli afflussi. Non servono rivoluzioni: servono scelte intelligenti.

La tecnologia non basta, ma aiuta

E qui arrivo al punto che mi sta più a cuore. L’IA non è una bacchetta magica. Non risolve il blocco del turnover. Non assume medici. Non costruisce nuovi ospedali. Non fa sparire la burocrazia italiana.

Ma può fare una cosa importantissima: far rendere di più le risorse che già abbiamo. Se hai dieci medici invece di venti, devi fare in modo che quei dieci lavorino nelle condizioni migliori possibili. E l’IA è esattamente questo: uno strumento che amplifica le capacità umane.

Il vero problema della sanità romana — e italiana — è politico. Sono le scelte di bilancio, i tagli lineari, la mancanza di programmazione. L’IA non vota, non fa lobby, non risolve problemi politici. Ma può essere la differenza tra un pronto soccorso che funziona a fatica e uno che funziona. Tra otto ore di attesa e tre. Tra un paziente che se ne va e uno che viene curato.

Non aspettiamo che il sistema si aggiusti da solo, perché non succederà. Usiamo gli strumenti che il 2026 ci mette a disposizione. L’IA per il triage esiste, funziona, e costa meno di quello che pensiamo. Basterebbe avere il coraggio di provarci.

Intanto, se dovete andare al pronto soccorso a Roma, portatevi un libro. Lungo.


Pasqualino Ferrari, aka Super Squalo, è esperto di intelligenza artificiale a Roma. Scrive di come l’IA può migliorare la vita reale — anche quella passata in sala d’attesa.

Leggi anche


Vuoi portare l’intelligenza artificiale nella tua azienda a Roma? Scopri i servizi di consulenza IA di Super Squalo → Esperto Intelligenza Artificiale Roma

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Torna in alto