Sono le nove di sera di un giovedì. Hai finito di rileggere la comparsa per l'udienza di domani e ti viene in mente di aprire il sito dello studio. Quello che ti aveva fatto il cugino del praticante nel 2018. Il sito carica in nove secondi. Su telefono è illeggibile. La foto in homepage sei tu con la cravatta storta davanti a una libreria che non è nemmeno la tua. Cerchi su Google "avvocato civilista" più il nome della tua città: stai a pagina quattro.
Chiami il web designer: tremilacinquecento euro più IVA per un sito base. Ti girano. Ti girano forte. E c'è una via di mezzo onesta che non ti racconta nessuno.
Il pasticcio in cui finisci se ti accontenti del sito del 2018
La maggior parte degli studi legali italiani ha un sito che pare fatto col Frontpage del 2003. Foto stock di martelletti. Pagina "Chi siamo" che dice "lo studio si occupa di diritto civile, penale e amministrativo": cioè di tutto e di niente.
Google non ti vede. Il cliente ti vede e scappa. Eppure il sito è la prima cosa che il cliente guarda prima di chiamarti, non dopo. Te la giochi tutta in quei dieci secondi.
Aggiungi che, se metti il modulo contatti senza informativa fatta come si deve, sei fuori dalla legge sulla privacy. E il Garante, quando vuole, fa male: OpenAI ha pagato 15 milioni a dicembre 2024, tanto per ricordare che le multe arrivano davvero.
Cosa NON puoi fare
Non puoi mettere foto stock con martelletto e bilancia. Le hanno tutti, non dicono niente di te.
Non puoi scrivere "team di professionisti altamente qualificati" perché lo scrivono tutti, e nessuno ci crede.
Non puoi mettere un modulo contatti con quattordici campi obbligatori. Bastano nome, telefono e descrizione del problema in due righe. Se chiedi più di quello, il cliente chiude la pagina.
Non puoi dare al modello dati veri di clienti per "ispirarti" nei testi. Mai. Quei dati escono dal tuo studio e finiscono altrove.
Non puoi dimenticare l'informativa privacy se metti il form. Ti scrivono, e poi sono guai.
Cosa invece si può fare bene
Ti serve poco. Un dominio (dodici euro all'anno). Un hosting decente (cinquanta euro all'anno). Un account a pagamento di Claude o ChatGPT (venti euro al mese). Niente Wix, niente abbonamenti che ti svuotano il conto a vita.
Prima ora: apri il modello e gli chiedi un sito statico per studio legale. Gli passi nome, città, le tre specializzazioni vere, foro di iscrizione, anni di esperienza. Output: cinque pagine HTML pulite — home, chi sono, aree, contatti, blog.
Seconda ora: gli fai riscrivere i testi senza fluff. "Studio Rossi tutela i tuoi diritti" lo cestini. Vuoi cose tipo: "Mi occupo di separazioni a Brescia. Diciassette anni di Cassazione. Prima consulenza ottanta euro, deduco se ti firmo il mandato." Concreto, utile, niente fumo.
Terza ora: posizionamento locale. Apri Google Business Profile (è gratis), inserisci indirizzo, orari, telefono. Fai scrivere al modello il codice tecnico per dire a Google che sei uno studio legale, in che città, con che orari. Lo incolli e basta.
Quarta ora: pubblicazione. Cloudflare Pages o Netlify (gratis), certificato di sicurezza automatico, dominio collegato. Online.
I paletti che non si toccano
Sul form contatti ci vuole l'informativa privacy fatta bene. Il modello te la scrive, ma falla rivedere a un collega che si occupa di privacy: cinquanta euro spesi bene.
Mai, mai, mai dare al modello dati veri di clienti come esempi nei testi. Inventa nomi finti, situazioni generiche.
E un punto sul WhatsApp: il numero professionale lo metti, il numero personale no. Il primo è separato dal secondo per un motivo.
Una nota personale
Io di mestiere monto sistemi IA privati per studi italiani. Niente vendita di pacchetti web da quattromila euro: il sito te lo monti tu, in quattro ore, spendendo ottanta euro all'anno. Sul gruppo Telegram di Super Squalo (t.me/Squalogruppo) si chiacchiera di queste cose tutti i giorni, e si risponde gratis.
Il sito vecchio col cugino del praticante, intanto, chiudilo. Stasera ne metti su uno nuovo che almeno non ti fa schifo.